Una foto per riflettere

di Annalisa Rabagliati

 

Una donna avanti con gli anni piange, appoggiata allo stipite della sua porta di casa. I suoi due gattoni la guardano con aria interrogativa e fiduciosa. Aspettano  certamente da lei  cibo e coccole. Questa è la foto  che mi è rimasta più  impressa tra quelle della mostra “World Press Photo” , attualmente a Palazzo Madama, a Torino, dove sono  presentate le 141 foto finaliste di un concorso di fotogiornalismo a livello mondiale.

Lunedì mattina mi trovavo in centro, dove non vado che raramente, e poiché la mia commissione non mi ha preso che pochi  minuti, sono andata a cercare qualcosa da vedere. Il caso mi ha condotta a questa mostra.

Tutte le foto esposte sono di grande qualità e significative: mi domando come abbia fatto la giuria a sceglierle tra le quasi 75.000 pervenute. Credo che l’orientamento sia stato quello di mandare un messaggio positivo in quest’epoca segnata dalla  pandemia; la foto vincitrice del premio più importante, infatti, è quella che mostra il primo abbraccio, dopo mesi di isolamento da Covid, tra un’ottantacinquenne e un’infermiera in una casa di riposo di San Paolo del Brasile, grazie ad  un’invenzione così semplice (la tenda degli abbracci) che poteva essere pensata forse molto prima.

Non c’è stato solo un primo premio, perché le foto sono suddivise in otto sezioni: ambiente, natura, notizie, progetti, storie, ritratti, sport , eventi imprevisti e, in alcune di queste categorie, sono stati premiati alcuni bravi fotografi italiani. Per fortuna c’è chi riesce a decidere senza i tentennamenti che avrei avuto io, dovendo scegliere le foto da premiare anche solo tra le finaliste. In realtà, il bello di una mostra è poter ammirare senza il problema di dover dare un giudizio,  ma l’overdose fa sì che molte immagini vengano in fretta dimenticate.

Ricordo solo alcune tra le moltissime foto di persone disperate: un libanese ferito e in lacrime davanti al porto di Beirut in fiamme per la terribile esplosione accaduta l’anno scorso; una signora ammalata terminale nella stanza d’ospedale visitata dal figliolo, cui è stato consentito di entrare  con il cavallo della madre; una dottoressa con il volto tumefatto per l’uso prolungato di maschere anti Covid; un contadino del Kenia che cerca in modi insufficienti di combattere l’invasione di locuste nel suo campo.

Ricordo poche  immagini tra quelle che presentano situazioni attuali: la pandemia da Covid,  l’amore tra persone dello stesso sesso, gli incendi ricorrenti in Brasile e in Portogallo, le proteste in America dopo l’uccisione di George Floyd o le discussioni sulla rimozione di statue di personaggi storici. Sono stata impressionata dal reportage sulle armi in possesso di comuni cittadini nel mondo: nei soli Stati Uniti vi sono più armi detenute da privati, 390 milioni, che abitanti, 328 milioni!

 

Molte immagini hanno per soggetto animali, soprattutto selvatici, bisognosi di cure dell’uomo, come quella di una giraffa che viene bendata per essere trasportata con una zattera in un posto più sicuro di quello in cui si trova; o quella diventata “virale” del leone marino, incuriosito da una mascherina chirurgica che fluttua nell’oceano. Sarà perché mi ritengo animalista che ricordo più facilmente le foto che ritraggono animali, ma non credo che l’amore che provo per i gatti sia sufficiente a spiegare perché la foto dell’anziana in lacrime mi abbia colpito tanto.

 

Si tratta di una delle  tante foto con  scene di guerra dimenticate, almeno da me, come questa, nel Nagorno-Karabakh, una regione contesa tra Azerbaigian e Armenia. Una guerra  ripresa dopo trent’anni dalla fine, con continui sporadici combattimenti durati fino a quando la Russia ha svolto la funzione di arbitro, riassegnando all’Azerbaigian il territorio che gli Armeni avevano dichiarato indipendente.  Così  quella terra ha assistito alla disperazione  sia di chi doveva lasciare la propria casa, sia di chi poteva tornare, ma non aveva la sicurezza di trovare la pace.

Chissà a quale delle due popolazioni appartiene quella donna:  ma che importa? La disperazione non ha gruppo etnico. La foto la rivela per quello che è: un essere umano, e il suo pianto ci tocca nel profondo, quasi ci immedesimiamo nel suo dolore.

Basta una foto e ci rendiamo conto che esistono persone reali, che c’è qualche nostro simile anche lontano da qui,  al di fuori del nostro piccolo mondo. Chissà quante volte abbiamo distrattamente sentito parlare di questa guerra alla televisione, magari mentre eravamo affaccendati in minuzie quotidiane,  preparare la cena, lavare i piatti, e le notizie non ci hanno colpito più di tanto: in fondo, è un paese che non conosciamo, con un nome difficile da ricordare …

Invece questa foto ci mostra la quotidianità di una vita solo apparentemente diversa dalla nostra, che si svolge più sicura, con più mezzi economici e, soprattutto, con la pace. Potenza delle immagini! Ben vengano  foto come questa, che ci fanno riflettere e vergognare della nostra indifferenza e ci riportano alla realtà umana, alla banalità del fatto che tutti sulla faccia della Terra abbiamo gli stessi bisogni e nutriamo gli stessi sentimenti d’amore per qualcuno o qualcosa. L’ovvietà del bene,  cui non si presta sufficiente attenzione.  Ringrazio il caso che mi ha condotta a vedere questa mostra.

 

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Una foto per riflettereultima modifica: 2021-07-29T23:42:09+02:00da picci-teacher
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